Pillole di Conservazione – La cultura non si ferma

Ogni settimana la Soprintendenza pubblica un contributo, una “pillola”, sul mondo del restauro, della conservazione e della tutela.

#iorestoacasa – Campagna del MIBACT per contenere la diffusione del Covid-19

Pillole di Conservazione # 44 – La gomma da cancellare

La storia della gomma che usiamo per cancellare inizia con il caucciù, l’essudato dell’albero della gomma, importato dalle Americhe dove era utilizzato per molti usi. Alle nostre latitudini però il caucciù è appiccicoso d’estate e rigido nei mesi freddi quindi per un paio di secoli non trovò utilizzi. Sarà la casuale scoperta della vulcanizzazione, cioè riscaldamento e aggiunta di zolfo, che conferirà al lattice quelle caratteristiche di elasticità e resistenza che conosciamo in tante applicazioni. Anche la gomma da cancellare è il risultato della miscelazione di caucciù, zolfo, olii e pigmenti sottoposti a calore crescente fino alla consistenza voluta. La più morbida, detta gomma pane a ricordo della mollica che si utilizzava un tempo per lo stesso utilizzo, assorbe le particelle di grafite o carboncino e le ingloba. Le gomme rigide invece contengono polveri, come il carbonato di calcio, e cancellano per abrasione, per sottrazione di parti superficiali di carta. La scoperta del polipropilene, per cui il chimico Natta prese il Nobel nel 1963, sostituì e migliorò le prestazioni della gomma di origine naturale e anche le gomme da cancellare divennero sintetiche. In restauro la gomma, anche sotto forma di polvere è utilizzata per puliture di superfici cartacee, dipinti su tavola, tela e murali, stucchi e pellicole pittoriche delicate non resistenti all’apporto di umidità, dry cleaning. L’azione è meccanica quindi, per rimuovere i depositi senza fare danni, vanno considerate sia la durezza e la granulometria delle polveri che la loro capacità abrasiva nei confronti delle superfici.

Pillole di Conservazione # 43 – Il cipresso

Il cipresso è un albero di origine orientale che ha avuto grande espansione verso l’Europa tanto da diventare parte integrante del paesaggio mediterraneo. Le radici sono a fittone motivo per cui l’albero è molto resistente al vento ed è stato privilegiato nei cimiteri perché le radici non danneggiano le tombe anche se, quando l’albero raggiunge una certa età e dimensione, sviluppa anche radici secondarie a raggiera che ne aumentano la stabilità ma creano danni alle sepolture. I suoi frutti, detti gàlbule, sono stati utilizzati come medicamento già in antico e sono tuttora impiegati in erboristeria per il contenuto di flavonoidi, polifenoli e tannini che favoriscono la microcircolazione e sono benefici per l’apparato respiratorio. Il suo legno è resistente, durevole e adatto a impieghi all’esterno e in ambienti umidi. Possiede anche doti di sonorità ed è impiegato per questo in liuteria e per la costruzione di clavicembali. Per la ricchezza di oli essenziali che allontanano gli insetti veniva usato per i cassoni destinati a conservare vesti e tessuti dei corredi nuziali. In restauro viene privilegiato il legno di cipresso per i nuovi supporti lignei a contatto di tele e tessuti per evitare infestazioni di tarme e insetti xilofagi.

Pillole di Conservazione # 42 – Il nero di seppia

Tra i pochi colori di origine animale si annovera anche il seppia che è il colorante emesso da una ghiandola di molluschi cefalopodi per creare nell’acqua una massa scura che confonda i predatori e permetta agli animali di allontanarsi dal pericolo. Il seppia è principalmente composto di melanina e muco e ha colorazioni diverse che virano dal bruno al blu e nero se estratto da seppie, calamari o polpi. In antico il colore seppia veniva adoperato come inchiostro per disegni e calligrafia ma alla fine del XVIII secolo un pittore tedesco riuscì a concentrarlo tanto da poterlo adoperare nell’acquerello e nella pittura a olio. Tuttora vengono commercializzati pigmenti con questo nome ma la loro formulazione è sintetica. Il nero di seppia è oggi adoperato solamente in cucina sia per l’effetto colorante che per il sapore ma recenti studi sulla sua attività antinfiammatoria e antibatterica e la tossicità nei confronti di cellule tumorali schiudono la strada a nuovi impieghi.

Pillole di Conservazione # 41 – Lo zafferano

Lo zafferano è una parte del pistillo del fiore di Crocus Sativus una pianta della famiglia degli Iris originaria di Creta frutto di una selezione intensiva. Lo zafferano, che deriva il suo nome dal persiano asfar, giallo, è conosciuto e utilizzato fin dai tempi antichi, è citato nei miti greci e nel Cantico dei Cantici, è raffigurato nel palazzo di Cnosso e menzionato dagli egizi. Gli antichi lo apprezzavano per le qualità medicinali antispasmodiche, emmenagoghe e afrodisiache. Durante l’epidemia di peste che colpì l’Europa tra il 1347 e il 1352 si riteneva che lo zafferano fosse una delle poche spezie in grado di contrastarne l’avanzata. L’uso in cucina, per lo meno in Italia, cominciò solo nel Rinascimento mentre era usato come profumo e soprattutto come colorante grazie al contenuto del carotenoide Crocina. Usato per tingere i tessuti, a volte in combinazione con la preziosa porpora, era anche aggiunto alle paste vitree e utilizzato come pigmento in pittura. Attualmente è usato in gastronomia dove minime quantità colorano e insaporiscono le pietanze. È una spezia particolarmente costosa perché la coltura del fiore e la raccolta dei pistilli avvengono manualmente. La maggiore produzione al mondo è iraniana mentre in Italia l’autentico e ricercato zafferano abruzzese, marchio Dop, è considerato uno dei migliori.

Pillole di Conservazione # 40 – La porpora

Porpora è il nome di un’estesa gamma di tinte rosse che virano dal rosa intenso al viola. Nel mondo antico erano i Fenici i più rinomati produttori di questo colorante che esportavano traendone grandi profitti anche se recenti studi attestano produzioni dislocate in più località del bacino Mediterraneo. Alcuni molluschi gasteropodi (Murex brandaris Murex trunculus) pescati probabilmente per mezzo di ceste di vimini venivano deposti a spurgare in grandi vasche, si procedeva quindi alla rottura e all’eliminazione delle conchiglie e venivano fatti macerare per giorni con l’aggiunta di acqua salata quindi bolliti a lungo in contenitori di piombo. Il risultato finale di questo processo estremamente maleodorante era una tintura in cui si potevano immergere tessuti di lana o seta insieme a sostanze che servivano da mordente, soprattutto l’allume di rocca, ottenendo colorazioni più intense a seconda della durata o della ripetizione dell’immersione e soprattutto indelebili, infatti non sbiadivano per effetto della luce ma anzi acquistavano nuovi riflessi. Rari e preziosi i tessuti purpurei erano associati nel mondo antico alla regalità e alla dimensione del sacro e ancora oggi è il colore dei porporati ovvero dei cardinali. La tintura fissata su farina fossile veniva utilizzata in pittura come pigmento adatto a diverse tecniche ma non all’ affresco. In miniatura tingeva le pergamene di preziosi codici, cosiddetti codici purpurei, su cui si scriveva con inchiostro oro e argento. In cosmetica tingeva viso e labbra. La produzione decadde nel XV secolo e la porpora fu sostituta da varie miscele succedanee tanto che se ne dimenticò origine e metodo di produzione intuiti appena nel 1833 da Bartolomeo Bizio, un farmacista veneto appassionato di chimica.

Pillole di Conservazione # 39 – Il Sangue di Drago

Il sangue di drago è un essudato di colore rosso prodotto da alberi tropicali di differenti specie soprattutto Croton e Dracaena. Questa resina è stata commercializzata fin dai tempi antichi per le sue tante qualità in campo medico, infatti è un buon cicatrizzante che cura molte affezioni della pelle. Ancora oggi viene usato in formulazioni cosmetiche che ritardano l’invecchiamento cutaneo. Per uso interno si comporta da antivirale e cura gli apparati gastro intestinale e respiratorio. È stato utilizzato come incenso per profumazioni rituali. Ci riguarda più da vicino la capacità colorante che è stata sfruttata nella composizione di vernici per il legno e nella mecca. La vernice, caratterizzata da una intensa colorazione rosso bruno trasparente che esalta le venature del legno senza coprirle, ha una buona stabilità alla luce ed è utilizzata in liuteria per la finitura della cassa armonica degli strumenti ad arco.

Pillole di Conservazione # 38 – Il crèmisi

Nella numerosa famiglia di pigmenti di origine vegetale e minerale si trovano solo seppia, porpora e cremisi di origine animale. Il cremisi è una sostanza rossa presente nelle femmine di cocciniglia, un insetto parassita che vive sulle piante. La cocciniglia europea ha un contenuto massimo diacido carminicoprincipio cui deve l’intensità del rosso, dell’1% mentre quella messicana tra il 17 e il 24%. Gli Aztechi conoscevano da secoli le proprietà dell’insetto infestante dei cactus e ne ricavavano il colore che, dopo la conquista del Messico, gli Spagnoli esportarono in Europa insieme a oro e argento, prezioso alla stessa stregua. Per secoli è stato utilizzato in pittura, nella tintura di tessuti di pregio, in cosmetica e come colorante di cibi (E120) e bevande come il liquore alchermes. Attualmente il suo impiego ha perso importanza soppiantato dai pigmenti sintetici sia perché le specie di cocciniglia più produttive sono a rischio estinzione, considerando che servono 80 mila insetti per produrre un chilogrammo di colorante, sia per una mutata sensibilità nei confronti degli animali e il diffondersi di stili di vita vegetariani e vegani.

Pillole di Conservazione # 37 – Santi Cosma e Damiano

Tra i protettori dalla peste, oltre ai santi Rocco e Sebastiano, si ricordano anche i santi gemelli Cosma e Damiano, medici e guaritori, antichi martiri cristiani morti durante le persecuzioni di Diocleziano nella Siria settentrionale. Sopravvissuti al tentativo di annegamento in mare, di crocifissione e lapidazione, e usciti indenni anche da un rogo, sono stati infine decapitati. Invocati contro le malattie, Cosma e Damiano erano santi anargiri, perché guarivano uomini e animali senza chiedere in cambio denaro. Solitamente venivano raffigurati con la toga dei medici e con un cofanetto in mano contenente unguenti o alcuni strumenti chirurgici. Tra le più famose raffigurazioni dei due fratelli si ricordano gli affreschi del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze, in cui sono narrati gli episodi salienti della loro vita in un ciclo narrativo di grande interesse. Anche in Friuli Venezia Giulia troviamo a Ciconicco di Fagagna una chiesa intitolata ai due santi, all’interno della quale l’imponente altare maggiore della metà del Settecento presenta due sculture marmoree raffiguranti Cosma e Damiano, avvicinate dalla critica ai modi degli altaristi Giovanni e Giuseppe Mattiussi.

Pillole di Conservazione # 36 – La saliva

In questi ultimi mesi siamo venuti drammaticamente a conoscenza della presenza in ambiente antropico dei virus, microorganismi estremamente piccoli, visibili solo al microscopio elettronico, costituiti da materiale genetico (DNA o RNA) racchiuso in un involucro di proteine (capside) e, spesso, anche in una membrana più esterna costituita da fosfolipidi (un tipo di grassi) e proteine, detta pericapside. I virus non sono in grado di replicarsi autonomamente, ma possono farlo esclusivamente all’interno delle cellule dei tessuti di un organismo, anche umano, causandone la distruzione o la trasformazione in cellule tumorali. Abbiamo imparato che il Virus CoVid 2019 infetta le persone prevalentemente per via aerea, attraverso il droplet ovvero le goccioline di saliva che lo contengono e che vengono diffusi nell’aria da starnuti, da colpi di tosse o semplicemente parlando. La saliva dunque è il veicolo principale per la diffusione di CoVid 2019 e di altri organismi patogeni collegati all’apparato respiratorio. La saliva però è anche un prodotto debolmente solvente utilizzato nel restauro di opere d’arte, in particolare di dipinti. Qualcuno forse si ricorderà di aver visto i maestri restauratori bagnare di saliva lo stecchino cotonato per dare gli ultimi colpi di pulitura sui carnati o sui panneggi chiari e il risultato di recupero cromatico era quasi sempre esaltante! L’evoluzione nell’attività del restauro impone un rigore che in passato non era nemmeno concepito ma resta il principio che la saliva umana, composta principalmente da acqua, elettroliti di sodio, potassio, calcio, magnesio, ione cloruro, ione bicarbonato, ione fosfato, muco, enzimi, lipasi e altre cellule e batteri possiede una discreta capacità di pulire leggermente le superfici anche delicate.Per questa ragione viene commercializzata dalle ditte specializzate la “saliva sintetica”, una soluzione acquosa di una proteina, la mucina, con aggiunta dei chelanti sodio e triammonio citrato che vengono miscelati prima del loro uso, riproducendo le caratteristiche detergenti ed emulsionanti della saliva naturale. La saliva sintetica viene utilizzata per puliture leggere, rimozione di polveri o di gel enzimatici e più in generale lo sporco superficiale rispettando la patina naturale dovuta all’invecchiamento.

Pillole di Conservazione # 35 – La robbia

La robbia (Rubia tinctorum) è una pianta erbacea comune nella macchia mediterranea coltivata fin dall’antichità perché dalle radici, raccolte da esemplari al terzo anno di vita, essiccate e macinate si ottiene una sostanza colorante rossa utilizzata per le fibre tessili, le pelli e le pitture murali. Miscelata all’allume fornisce una lacca rosso violetta detta di garanza. È citata nei trattati più antichi e sappiamo che era usata dagli antichi Egizi per la tintura del lino. In Italia, dove era utilizzata anche per colorare gli abiti tradizionali, la robbia è stata coltivata fino alla fine del XIX secolo, quando venne soppiantata dalla scoperta della sintesi chimica dell’alizarina, suo principio colorante. La famiglia di scultori fiorentini della Robbia deve il suo nome alla coltivazione dell’omonima pianta e alla produzione e commercio del colore.

Pillole di Conservazione # 34 – L’agar agar

Nel restauro la ricerca di metodi di pulitura, sempre più rispettosi delle opere e al tempo stesso non nocivi nei confronti degli operatori e dell’ambiente, ha trovato nell’applicazione dei gel un importante sviluppo per una progettazione sostenibile dell’intervento di restauro. L’estratto di alcune specie di alghe rosse chiamate agar agar è utilizzato nell’ambito dei prodotti alimentari per la preparazione di gelatine dolci, come la panna cotta, creme, marmellate e per la gelificazione di preparazioni salate come gli aspic. In restauro il gel che se ne ricava per idratazione è utilizzato per la pulitura di materiali porosi e sensibili all’acqua, come carta, dipinti su tela e tavola, policromie lignee, dorature e gessi. Ha la capacità infatti di trattenere molta acqua, mantenerla a contatto della zona da pulire bagnandola solo superficialmente e di rallentarne l’evaporazione. La facilità di preparazione, di rimozione, il costo limitato e l’assenza di residui sul materiale trattato fanno di questo gel un valido strumento di lavoro per il restauratore.

Pillole di Conservazione # 33 – San Cristoforo

La Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (sec. XIII) racconta che Cristoforo era un giovane di proporzioni gigantesche che voleva mettersi al servizio del signore più potente. Per questo offrì il suo lavoro a un re, a un imperatore, poi al diavolo, il quale gli rivelò che Cristo era il più forte di tutti: questo fece nascere in Cristoforo il desiderio della conversione. Per diventare pio e prepararsi al battesimo, decise di abitare nelle vicinanze di un fiume, e di mettersi al servizio dei viaggiatori che dovevano passare da una riva all’altra. Una notte un fanciullo gli chiese di traghettarlo: Cristoforo lo caricò sulle spalle, ma più camminava nell’acqua, più il peso del fanciullo aumentava e con enorme fatica, aiutandosi con il suo lungo e resistente bastone, riuscì ad arrivare sull’altra riva. Allora il bambino gli rivelo la sua identità e che portava sulle sue spalle il peso del mondo. San Cristoforo (in greco “colui che porta Cristo”) è uno dei quattordici santi ausiliatori invocati specialmente durante le gravi calamità naturali o per la protezione da disgrazie o pericoli specifici. In antichità il Santo era particolarmente invocato durante le epidemie. San Cristoforo è il protettore di chi si mette in viaggio e, quindi, dei trasportatori: barcaioli, pellegrini, pendolari, viandanti, viaggiatori, facchini, ferrovieri, autieri. Nelle contemporaneità è invocato come protettore degli automobilisti. Nella Pala della Misericordia del duomo di Pordenone, prima opera pubblica di Giovanni Antonio de’ Sacchis, San Cristoforo è raffigurato accanto alla Vergine che accoglie sotto il suo manto protettore il committente Giovanni Francesco Cargnelutto da Tiezzo e la sua famiglia.

Pillole di Conservazione # 32 – Il lino

Il lino (Linum usitatissimum) è una pianta erbacea annuale la cui coltivazione non richiede irrigazione e nemmeno l’uso di fitofarmaci. Se ne ricava una fibra conosciuta già seimila anni a.C. e tuttora molto apprezzata per lucentezza e morbidezza. La tela di lino ha resistenza all’uso e conducibilità termica maggiori di quelle del cotone mentre ha una minore elasticità, è antibatterica e resistente alla muffa: proprio per queste caratteristiche la tela grezza è stata impiegata come supporto per i dipinti sostituendo via via le meno raffinate fibre di canapa e juta. In restauro si adoperano tele di lino di grammature diverse per foderare i dipinti. Dalla spremitura dei semi della pianta si ricava un olio utilizzato come legante per i pigmenti dalle caratteristiche più siccative se sottoposto a cottura. L’olio ha utilizzi anche nell’industria e in cosmetica mentre in cucina e fitoterapia sono utilizzati anche i semi e la farina ricavata dai semi.

Pillole di Conservazione # 31 – L’oro

L’oro è stato usato dalla specie umana fin dall’antichità a scopo decorativo e per le sue doti di incorruttibilità è stato attributo di divinità e potere. Una delle lavorazioni antiche prevedeva la battitura di piccole quantità di oro zecchino tra due pelli animali fino a ottenere una foglia sottilissima che ritagliata a misura e adagiata su un allettamento di bolo rosso inumidito vi aderiva e poteva in seguito essere brunita con una pietra d’agata per esaltarne la lucentezza. La superficie dorata poteva anche venire bulinata, punzonata o dipinta. Ancora oggi procediamo nello stesso modo per dorare cornici o oggetti artistici però la foglia d’oro viene prodotta industrialmente dapprima per riscaldamento e poi per battitura e ha spessori ancora più infinitesimali di un tempo tanto che da un solo grammo si ottiene una lamina di un metro quadrato. In Italia avviene quantitativamente la maggiore lavorazione e trasformazione di oro al mondo.

Pillole di Conservazione # 30 – L’argento

Prima dell’introduzione degli antibiotici l’argento veniva utilizzato per curare e prevenire molte malattie. Ai giorni nostri si riconosce l’azione antibatterica di particolari filtri d’argento per la sanificazione delle acque. In tempi di pandemia si moltiplicano notizie non supportate scientificamente che attribuiscono virtù salvifiche a varie sostanze e tra queste c’è l’argento colloidale il cui utilizzo per via orale potrebbe anche provocare reazioni allergiche e una malattia chiamata argiria. Il metallo è duttile e malleabile e in combinazione con piccole percentuali di rame o altri metalli è stato usato fin dall’antichità per la produzione di gioielli, argenteria e monete. Nella produzione artistica la foglia d’argento, sempre coperta da uno strato di vernice trasparente per impedirne l’ossidazione, è stata utilizzata soprattutto come alternativa economica alla foglia d’oro imitandone il colore con la stesura di una vernice colorata chiamata mecca.

Pillole di Conservazione # 29 – Lo zinco

Lo zinco è presente in giacimenti su tutta la terra ed è stato usato fin dall’antichità soprattutto in leghe con il rame. Dopo il ferro è l’oligoelemento più presente percentualmente nel nostro organismo. Dalla metà del 1700 si conosce l’ossido di zinco ricavato dai vapori dello zinco bruciato ad altissima temperatura. L’ossido di zinco ha proprietà antibatteriche ed è per questo usato nelle paste anti-arrossamenti per i neonati e nei dentifrici. È anche un potente filtro solare. In pittura è utilizzato come pigmento bianco, non tossico, economico, mediamente coprente e miscelabile con tutti i colori. È compatibile con tutte le tecniche artistiche però non è molto resistente e per questo viene spesso utilizzato in combinazione al bianco di titanio.

Pillole di Conservazione # 28 – Il cristallo

Il cristallo è vetro, un liquido solidificato amorfo a base di silice cui viene aggiunto, allo stato liquido ad altissima temperatura, dal 24 al 35%  di ossido di piombo allo scopo di aumentarne la densità e l’ indice di rifrazione.  Maggiore sarà la quantità di piombo maggiori risulteranno lucentezza, brillantezza e la sonorità cioè il caratteristico suono detto, non a caso, cristallino. Se dovete lavare bicchieri e vasi di cristallo abbiate cura nella manipolazione per la fragilità intrinseca del materiale e fate molta attenzione all’asciugatura. Non bisogna assolutamente imprimere movimenti di torsione perché è molto facile alterare lo stato di equilibrio delle tensioni interne l’oggetto e innescare deformazioni che portino al carico di rottura mandando il cristallo in frantumi.

Pillole di Conservazione # 27 – La chiesa di San Michele Arcangelo, Lauco, località Trava

Alle porte di Trava, piccola frazione del comune di Lauco, uno dei più estesi comuni della Carnia, lungo la strada che porta alla frazione di Avaglio, è situata la chiesa di San Michele Arcangelo. Si tratta di una chiesetta alpestre caratterizzata dalla muratura a vista in ciottoli e pietra con particolari in tufo, inserita all’interno dell’area cimiteriale, recintata da un muretto in pietra. La notizia più antica riguardo questo edificio sacro risale al 1390, anno in cui, il giorno 11 novembre, tale Francesco da Trava faceva testamento a favore della chiesa di San Michele. Si inserisce in quel contesto di chiesette votive tardo medioevali, generalmente rurali, lunghe poche decine di metri e caratterizzate esternamente da un’aula unica con presbitero poligonale e campanile a vela. Presentano i tipici elementi gotici derivati da prototipi carinziani, come l’arco ogivale in tufo e il soffitto dell’abside con volte a crociera. La chiesa di Trava presenta infatti il prospetto principale a capanna, con bifora campanaria impostata sulla sommità e un portale ogivale strombato a doppia cornice, affiancato da due finestrelle quadrate. Esili capitelli in tufo sostengono gli archi ogivali dell’abside poligonale, che presenta una volta a crociera. La chiesa di San Michele Arcangelo a Trava di Lauco è tutelata con Decreto della CO.RE.PA.CU. FVG del 21/12/2016.

Pillole di Conservazione # 26 – San Michele

San Michele, arcangelo guerriero, è considerato protettore delle forze dell’ordine, ossia di chi vigila sull’incolumità altrui, e di quanti impieghino nel proprio mestiere la bilancia, come ad esempio i farmacisti, oggi tra le categorie impegnate a fronteggiare l’emergenza epidemiologica. Il nome di Michele ricorre più volte nella Sacra Scrittura, dove è designato come protettore particolare del popolo di Dio. Capo supremo delle milizie celesti, egli combatté e scacciò dal cielo Satana e i suoi angeli ribelli. Lo narra l’Apocalisse, ispirandone l’iconografia che sovente lo rappresenta nelle vesti di combattente.In Friuli il suo culto conobbe una notevole diffusione, specie in seguito all’invasione longobarda. Il popolo, di origine germanica, nutrì nei suoi riguardi una speciale venerazione, proclamandolo protettore del Regno subito dopo la sconfitta dei saraceni, l’8 maggio 663, nei pressi della grotta di San Michele sul Gargano. Rappresentato come un angelo alato con indosso l’armatura, il Santo è colto generalmente nell’atto di trafiggere con una lancia il corpo del demonio. Il cliché iconografico perdurò invariato nei secoli. Così lo ritrae anche Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone (1483-1539) nel Trittico della chiesa di San Lorenzo a Varmo, frutto del mecenatismo dei conti di Varmo di Sopra e di Sotto. Qui ricorre inoltre il motivo della pesa delle anime dopo la morte, frequente nell’iconografia micaelica. Le sue origini richiamano sia la cultura egiziana che l’antica religione greca nella quale la psicostasia spetta a Hermes, conduttore delle anime dei morti agli inferi.

Pillole di Conservazione # 25 – La caseina

Caseina è il nome che diamo a una famiglia di proteine che si trova principalmente nel latte fresco. La caseina si può far precipitare per ottenere il formaggio per coagulazione procurata dal caglio o per acidificazione a temperatura tiepida costante. È importante dal punto di vista nutrizionale perché è ricca di amminoacidi a lento rilascio ma è anche un allergene per cui viene segnalata nei tanti cibi in cui è additivata come insaccati, vini e piatti preconfezionati. È solubile in acqua e dal medioevo fino ai giorni nostri è stata legante di tanta pittura a tempera molto solida, resistente e insolubile dopo essicazione. In restauro è stata usata su opere in legno e carta per le sue capacità collanti ma anche come legante dei pigmenti nella forma di caseinato d’ammonio per integrazioni molto resistenti. Per il consolidamento dei difetti di adesione dell’intonaco dei dipinti murali è stata usata in combinazione con la calce con la quale forma il caseato di calce, un composto rigido e insolubile.

Pillole di Conservazione # 24 – L’indaco

L’indaco (Indigofera tinctoria, fam. Leguminose) è un arbusto di origine indiana di cui vengono impiegate le foglie che mediante processi di macerazione, fermentazione in acqua ed essicazione forniscono un precipitato di colore blu. Il pigmento ha un grande potere colorante, ma è poco coprente: per questo motivo il Cennino Cennini consigliava di miscelarlo sempre alla biacca o al bianco di San Giovanni. Anticamente era noto in Cina, in Giappone e anche in Egitto, infatti sono state ritrovate nelle piramidi pezzuole tinte con indaco. Tuttora è tradizionalmente in uso per tingere le vesti di popolazioni Tuareg e Yoruba. Fin dal tardo medioevo il commercio di guado e indaco per tintura di tessuti transitava attraverso il porto di Genova quindi i due coloranti erano noti insieme come bleu de Gênes, che in epoca moderna diventerà blue-jeans. Fino al secolo scorso si poteva considerare come una delle più importanti sostanze coloranti fornite dalla natura ma oggi, data la possibilità di ottenere colori per sintesi chimica, il suo uso è diminuito sebbene rimanga in produzione per la tintura di certi tessili, la cosmetica e la pittura.

Pillole di Conservazione # 23 – Il guado

Le proprietà tintorie delle foglie della pianta di guado (Isatis tinctoria fam. Crucifere) sono note fin dal neolitico come testimoniano ritrovamenti di tessuti di lino e canapa colorati di blu. Veniva utilizzata dai Romani non solo per le sue proprietà tintorie ma anche per quelle medicinali in quanto astringente per la presenza di tannino. Nel tardo Medioevo la coltivazione e il commercio del guado erano molto diffusi in Europa e avevano una notevole rilevanza economica. In Italia c’erano coltivazioni soprattutto in Toscana, Marche e Umbria dove un ricco mercante di guado era il padre di Piero della Francesca. Il colore che si otteneva dalle foglie triturate e lasciate macerare veniva commercializzato essiccato in formelle da usare disciolte in acqua bollente e trovava impiego nella colorazione dei tessuti, degli arazzi, in miniatura e generalmente in decorazione. L’utilizzo del guado verrà soppiantato dall’indaco, colorante vegetale di origine orientale di maggiore qualità e resa, che sarà argomento della prossima pillola.

Pillole di Conservazione # 22 – Chiesa dei Santi Pietro e Biagio – Cividale del Friuli, piazzetta San Biagio, XV secolo

La chiesa dei Santi Pietro e Biagio di Cividale del Friuli è situata nella piazzetta di San Biagio nel borgo Brossana, nell’area a ridosso del fiume Natisone e vicino all’antico monastero di Santa Maria in Valle da cui dipendeva. Qui fin dal XIII secolo esisteva una chiesa dedicata a San Pietro Apostolo, accanto alla quale successivamente erano state costruite due cappelle devozionali dedicate ai Santi Giacomo e Biagio. Nelle alluvioni del Natisone del 1468 e del 1472 le chiesette furono gravemente danneggiate, per cui «si fece una chiesa a croce, conservando l’antica di San Biagio per braccio della nuova, ricostruendo quella di San Giacomo per l’altro braccio della croce, l’altar maggiore dedicando a San Pietro, e tutta la chiesa intitolando a San Pietro e Biagio per distinguerla da quella di San Pietro dei Volti».La semplice facciata a capanna fu completamente affrescata tra il 1506 ed il 1508 da artisti di scuola tolmezzina, e il portale d’ingresso, che porta incisa la data del 1492, fu realizzato in stile gotico fiorito. Gli affreschi della facciata vennero coperti di bianco nell’Ottocento e riscoperti negli anni Venti del Novecento, di seguito sottoposti a diversi restauri di cui l’ultimo è del 2013. Le scene suddivise in riquadri raffigurano San Cristoforo, San Giorgio che uccide il drago, i Santi Pietro e Biagio a cui è intitolato l’oratorio, San Nicolò e un altro Santo vescovo. L’interno ha un’unica navata con tetto a capriate e lungo le pareti si possono ancora ammirare resti di affreschi duecenteschi e trecenteschi. Sul lato destro dell’aula si apre la cappella dedicata a San Biagio, coperta da un cupolino emisferico, interamente decorata con affreschi che risalgono al XIV e XV secolo relativi alla vita del Santo. La chiesa dei Santi Pietro e Biagio di Cividale è tutelata con D.M. del 01/04/1924.

Pillole di Conservazione # 21 – San Biagio

San Biagio, vescovo armeno martirizzato nel 316 circa, è invocato come protettore della gola perché in vita guarì miracolosamente dal soffocamento un bambino cui si era conficcata una lisca di pesce nella trachea. È celebrato in tutta Italia il 3 febbraio e durante la messa ai fedeli viene impartita dal sacerdote una particolare benedizione con due candele incrociate; a san Biagio è riconosciuto un grande potere taumaturgico e forse per questo è uno dei cosiddetti santi ausiliatori, quelli cioè che vengono invocati per la guarigione di mali specifici. Nel Museo del Duomo di Udine si conserva una scultura lignea policroma raffigurante il santo in abiti vescovili, di eccellente fattura, proveniente dalla chiesa cittadina di Santa Maria di Castello e attribuita a Domenico da Tolmezzo.

Pillole di Conservazione # 20 – L’olio di noce

L’albero di noce sacro in antico sia a Giove (nome botanico Juglans contrazione di Jovis glans) che a Diana, fornisce legname nobile, foglie dalle virtù curative e un frutto dalle molte qualità. La parte edibile è coperta dal mallo, una polpa ricca di tannini, molto colorante utilizzata in fitoterapia, nella produzione di liquori e nella fabbricazione di inchiostro. La noce è molto nutriente, ricca di vitamine, sali minerali ed è costituita per il 40-50% di olio edibile di buon sapore e profumo con il difetto di irrancidire velocemente. Poichè è un olio siccativo, cioé se esposto all’aria in strato sottile forma una pellicola prima plastica e poi solida, è stato utilizzato in pittura come legante dei pigmenti in alternativa all’olio di lino rispetto al quale è più chiaro e ingiallisce meno. Citato in tutti i trattati di pittura veniva preparato artigianalmente dai singoli artisti per distillazione o, come descrive Leonardo, per affioramento dopo ripetuti lavaggi in acqua.

Pillole di Conservazione # 19 – L’azzurrite

Un interessante colorante minerale di cui si ha notizia fin dal III millennio a.C. in Egitto è l’azzurrite, chimicamente un carbonato basico di rame estremamente instabile. Viene adoperato nella pittura dei dipinti murali, tipicamente nei cieli, solo con tecnica a secco ovvero a tempera su una base asciutta di tinta scura, perché la basicità della calce lo altera e scurisce. Annerisce anche a contatto con il calore ed era scaldandolo che in passato se ne verificava la contraffazione con coloranti più economici. A contatto con l’umidità l’azzurrite ha la tendenza a perdere ioni carbonato, a decarbonatare, e si trasforma in malachite, di colore verde. Nelle miniere di estrazione generalmente i due minerali sono compresenti. In cristalloterapia sia l’azzurrite che la malachite contribuiscono all’ armonia psico fisica.

Pillole di Conservazione # 18 – Le uova

La tradizione di consumare uova a Pasqua è molto antica e riprende credenze pagane che vedevano nell’uovo il simbolo della vita. L’usanza di colorare i gusci delle uova, rassodate e non consumate in periodo di digiuno quaresimale, rimanda alla necessità di distinguerle da quelle fresche ma anche alla pratica, soprattutto in aree di fede ortodossa, di tingerne i gusci di colore rosso evocativo del sangue versato nella Passione. L’uovo crudo è un ottimo legante dei pigmenti ed è il medium di tanta pittura a tempera su tavola ma anche di cicli di pittura murale a secco.

Pillole di Conservazione # 17 – Il coniglio

La tradizione del coniglio o lepre pasquale risale al mondo pagano nord europeo che in primavera vedeva nell’ attività e nella prolificità di questi animali un simbolo del risveglio e della rinascita stagionale, significato in parte traslato in epoca cristiana. In anni recenti si sta diffondendo la tradizione pasquale di donare ai bambini non solo uova ma anche coniglietti di cioccolato. In restauro l’utilizzo del coniglio è piuttosto utilitaristico perché dalla bollitura degli scarti della filiera alimentare – ossa, cartilagini e pelli – si ricava una gelatina dall’ ottimo potere adesivo. La colla di coniglio è utilizzata calda, opportunamente diluita in acqua, per ristabilire adesione tra gli strati costitutivi le opere su carta, tavola e tela.

Pillole di Conservazione # 16 – L’aglio

In questo periodo di distanziamento sociale pare sia molto aumentato il consumo di aglio. Allium sativum ha la controindicazione di un odore molto pungente e persistente dovuto al contenuto in allicina ma è ricco di virtù benefiche note fin dall’antichità. E’ antibatterico, rafforza le difese immunitarie, antielmintico, abbassa la pressione arteriosa e la superstizione leggendaria ritiene che allontani streghe e vampiri. E’ stato adoperato anche in pittura per la sua blanda capacità adesiva. Nel Libro dell’Arte Cennino Cennini, a fine 1300, consiglia l’aglio mescolato a bolo e biacca per ottenere un mordente utile su supporti in legno e ferro.

Pillola#15 – Chiesetta di Santa Rosalia – Azzano Decimo, fraz. Fagnigola, loc. Santa Rosalia

Nella campagna di Azzano Decimo, lungo la strada che conduce dalla frazione di Fagnigola a quella di Azzanello di Pasiano di Pordenone, deviando da via Santa Rosalia verso una stradina tra i campi, su una piccola altura mantenuta a prato prossima al fiume Sile sorge l’unica chiesetta campestre del Friuli Venezia Giulia dedicata a Santa Rosalia. La chiesetta votiva di Azzano fu realizzata nel XV secolo e presenta tutte le caratteristiche degli edifici di culto campestri, costruzioni di modeste dimensioni sorte per devozione o per scioglimento di un voto, collocate fuori dalla cortina del paese, vicino alle strade che conducevano verso i centri abitati, talvolta all’incrocio con le vie che portano nei campi. E come l’oratorio dedicato a Santa Rosalia, generalmente sono composte da un’unica aula a pianta rettangolare e da presbiterio a base quadrata, le travi della copertura sono in legno a vista, le murature sono miste in sassi e mattoni, di solito intonacate, tetto a due falde e spesso presentano un campanile a vela. Le pareti interne sono decorate con affreschi devozionali: all’interno della chiesa di Azzano ritroviamo un affresco cinquecentesco raffigurante la Madonna con bambino, tra San Sebastiano e San Rocco, santi che con Rosalia sono invocati come protettori contro la peste. La chiesetta di Santa Rosalia è tutelata con provvedimento D.M. del 20/10/1932.

Pillola#14 – Santa Rosalia

Santa Rosalia nacque nella Palermo normanna del XII secolo e morì da eremita intorno al 1160. Fu una vergine non martire che abbandonò la vita di corte per dedicarsi a quella ascetica. Nel 1624, mentre a Palermo infuriava la peste, lo spirito di Rosalia apparve in sogno ad alcuni ammalati, cui indicò la strada per ritrovare le sue reliquie e portarle in processione per la città, che fu così liberata dal morbo. Da allora è la patrona di Palermo e protettrice dalla peste. Poco dopo il ritrovamento delle reliquie di Santa Rosalia, ad Antoon van Dyck furono commissionate alcune tele che avrebbero dovuto raffigurarla. Giunto a Palermo nella primavera del 1624, appena venticinquenne ma già pittore affermato e ritrattista di fama, il pittore fu testimone della peste e della sua miracolosa cessazione; non stupisce dunque che tra i soggetti dipinti dal Van Dyck durante il soggiorno palermitano, protrattosi fino al settembre 1625, la liberatrice dalla peste fosse il più richiesto dai collezionisti locali. Presso il Museo del Castello di Miramare a Trieste è custodita una copia da Van Dyck, di autore anonimo, del dipinto Santa Rosalia (prossimo ad una copia conservata presso l’Oratorio dei Santi Pietro e Paolo di Palermo, XVII sec.).

Pillola#13 – La Lavanda

Alla spiga di lavanda in passato venivano attribuite virtù protettive da disgrazie e propiziatorie di prosperità. Anche oggi se ne apprezza il profumo e si utilizza il suo olio essenziale non solo in cosmetica e farmacopea ma anche in pittura. Già in trattati antichi veniva indicato l’olio di spigo, ovvero l’olio essenziale di lavanda, come diluente e ritardante del processo di essicamento dei leganti oleosi ed è ancora commercializzato e adoperato dai cultori delle tecniche artistiche tradizionali.

Pillola#12 – Il Corallo

Fin dalla più remota antichità al corallo sono state attribuite virtù apotropaiche e in epoca romana è stato considerato addirittura terapeutico. In epoche più tarde le virtù scaramantiche collegate alla rarità, al colore rosso e alla caratteristica forma ad albero convivono con simboli della cristianità. Non è raro trovare raffigurazioni del Bambino Gesù con una collanina di corallo al collo il cui significato protettivo e bene augurante convive con il rimando al sangue del Cristo in croce.

Pillola#11 – La Madonna di Barbana

Il santuario della Madonna di Barbana, nell’omonima isola della laguna di Grado, è da secoli luogo di pellegrinaggio di fedeli.  Secondo un’antica tradizione, nel 582, a causa di una violenta mareggiata, una statua della Madonna sarebbe stata trovata nell’isola ai piedi di un albero. Perciò il Patriarca di Aquileia Elia fece erigere un primo luogo di culto, che divenne ben presto meta devozionale per frotte di pellegrini. La miracolosa Madonna di Barbana non smise di aiutare i gradesi, colpiti nel XIII secolo da un’epidemia di peste, dalla quale riuscirono a salvarsi solo invocando la loro protettrice. È per questa ragione che la prima domenica di luglio di ogni anno si ripete la tradizione del cosiddetto “Perdòn di Barbana”: una processione di barche, da Grado all’isola poco lontana, a perpetua memoria e in segno di ringraziamento per la cessazione della peste.

Pillola#10 – La polvere sui libri

Finalmente abbiamo il tempo per dedicarci ad attività trascurate e rimandate come il riordino della biblioteca di casa. Il primo nemico della carta sono le polveri che dapprima si depositano e poi penetrano nelle porosità del materiale. Per rimuoverle efficacemente prendete un libro alla volta in mano stringendone tra le dita la prima e la quarta di copertina e aspiratene delicatamente i tagli delle pagine – superiore, davanti e inferiore – oppure passate un pennello e indirizzate la polvere alla bocchetta dell’aspirapolvere. Il dorso e le copertine passatele con un panno in microfibra asciutto e pulito.

Pillola#9 – La polvere

Si sa che la polvere è la grande nemica di chi si occupi di pulizie di casa. Non sembri riduttivo dire che lo è anche per chi faccia manutenzione di opere d’arte. Il maggiore impegno nella cura di collezioni e raccolte museali sta nel monitoraggio di luce diretta, Temperatura e Umidità Relativa e nel combattere i depositi di polvere negli ambienti. La polvere è un insieme di materiali di origine organica e inorganica, di dimensioni varie, di diversi colori. E’ veicolo di batteri e spore, tende a penetrare nelle fibre e nei tessuti creando macchie soprattutto se in combinazione con elevata UR: vista al microscopio sorprende.

Pillola#8 – Il cinabro

Solfuro di mercurio o cinabro è un minerale dal quale veniva ricavato un colore rosso intenso che in antico era presente nelle tavolozze degli artisti con la denominazione di vermiglione, da essi veniva utilizzato nella pittura, nella miniatura e nei manoscritti, in particolare per la resa dei carnati, non veniva utilizzato negli affreschi. Detto solfuro di mercurio unisce nella composizione cristallina zolfo e mercurio; è tossico e anticamente veniva usato anche nella cura di malattie infettive con varie stravaganti formulazioni.

Pillola#7 – La chiesa di San Rocco a Polcenigo

La chiesa di San Rocco a Polcenigo è un antico edificio del XIV o del XV secolo, si trova al principio del borgo nei pressi di un’antica porta detta “di San Rocco” che chiudeva l’abitato verso ovest, all’inizio della strada che conduceva prima alla rampa di accesso del castello e, attraverso un ponte in pietra, alla piazza principale del capoluogo. Dedicata al santo tradizionalmente protettore dalla peste e dalle altre malattie infettive, la chiesa fungeva da sentinella col compito di tener lontano il contagio proveniente da fuori; inoltre è caratterizzata da un particolare campanile quadrato che in origine era torre di difesa dell’antico borgo di Polcenigo. La chiesa è tutelata con provvedimento D.D.G. n. 1720 del 06/12/2019.

Pillola#6 – San Rocco

Il culto di San Rocco, come nel caso di Sebastiano, è legato al suo ruolo di protettore contro la peste, terribile morbo diffuso sin dall’antichità. Dalla fine del XV secolo, il santo figura inoltre tra i quattordici santi ausiliatori come intercessore speciale nella guarigione dalla malattia. Rocco nacque a Montpellier nel XIV secolo. Rimasto orfano, decise di vendere i suoi beni e intraprendere un pellegrinaggio verso Roma. Nel suo viaggio, in seguito ad una grave epidemia di peste, curò i malati e sulla strada di ritorno da Roma egli stesso si ammalò. Si isolò per non diffondere il contagio; fu aiutato da un cane che ogni giorno gli faceva visita, portandogli da mangiare del pane. San Rocco conobbe una grande fortuna iconografica: viene rappresentato nei panni del pellegrino, mentre mostra il bubbone della peste scoprendo l’inguine. In queste vesti appare raffigurato nella pregevole pala d’altare del Duomo di San Vito al Tagliamento, opera d’ispirazione pordenonesca di Pomponio Amalteo . Il Santo, in cui l’artista si ritrae, è qui associato a San Sebastiano, Sant’Apollonia e ai Santi Cosma e Damiano.

Pillola#5 – La calce

In passato, in momenti di diffusione di malattie e pestilenze, gli ambienti in cui le persone soggiornavano venivano imbiancati a calce viva. Ne abbiamo evidenza in tante chiese quando, durante i lavori di restauro, emergono dipinti e affreschi sotto strati di scialbo bianco. Il motivo per cui veniva usata la calce risiede nella sua basicità così elevata da renderla caustica e capace di contrastare ogni forma di vita e quindi di controllare il rischio di infezione.

Pillola#4 – L’acqua ossigenata

Prodotto molto conosciuto e utilizzato in soluzione acquosa a varie concentrazioni per svariati usi: disinfettante per le ferite e le ulcerazioni (3%-6%) è anche uno dei componenti della soluzione alcoolica per le mani come indicato recentemente dall’OMS ma è anche un prodotto utilizzato in fotografia e nel restauro del legno come sbiancante nelle opportune concentrazioni.

Pillola#3 – San Sebastiano

La rappresentazione di San Sebastiano è molto diffusa nella pittura e nella scultura del Rinascimento e numerose testimonianze di trovano anche nelle chiese friulane. Soldato romano ai tempi di Diocleziano, condannato a morte per aver sostenuto la fede cristiana, Sebastiano fu legato a un albero e trafitto da numerosissime frecce, ma si salvò. Poiché gli antichi credevano che le malattie fossero causate dalle frecce, il santo iniziò a essere invocato contro le epidemie di peste dal IV secolo circa e, in generale, contro tutte le malattie che colpiscono improvvisamente come un dardo. Il laboratorio di Udine della Soprintendenza, nel 1996, ha restaurato il trittico su tavola di Francesco da Milano della chiesa arcipretale di Caneva (PN), dove Sebastiano è rappresentato nello scomparto di sinistra.

Pillola#2 – L’uso dell’Alcol

In questi giorni per scongiurare contagi tutti adoperiamo tantissimo l’alcool e ci affidiamo alle sue virtù disinfettanti. In restauro l’alcool è adoperato piuttosto per le notevoli capacità solventi. E’ così efficace da sconsigliarne l’uso per piccoli interventi di pulizia su oggetti cui teniamo. Danneggia le superfici in plexiglass e policarbonato e non va usato su mobili verniciati e su tutto ciò che sia dipinto. Il Laboratorio di restauro di Udine sta restaurando il dipinto di Pietro Venier della Chiesa di San Giacomo di Udine.

Pillola #1 – Rallentamento nel processo di deterioramento del patrimonio artistico, un risvolto positivo di una pausa forzata.​

La situazione di emergenza innescata dal Covid 19 e la conseguente chiusura al pubblico di musei e luoghi della cultura induce a riflettere sul fatto che le persone siano potenziali vettori di Coronavirus ma siano sicuri vettori di polveri, spore e batteri che si depositano sulle opere dove al danno estetico e chimico si somma l’ aumento della umidità relativa UR. Possiamo immaginare questi giorni come un rallentamento nel processo di deterioramento del patrimonio artistico, un risvolto positivo di una pausa forzata.​

pagina aggiornata il 01.6.20